L’intervistato di turno è LADISLAO VILLA: figura notissima all’interno della nostra città che si è molto adoperato in favore della Polisportiva Circolo Giovanile Bresso dove ininterrottamente ha collaborato fin dal lontano 1957, prima come giocatore, poi come allenatore, successivamente come Dirigente, fino a diventare Presidente ed oggi Presidente Onorario della Polisportiva Circolo Giovanile Bresso.

La mia storia, racconta il nostro Ladislao (Ladi per gli amici), inizia come portiere (piuttosto scarso) nell’ormai lontanissimo 1957 in difesa della porta della Squadra “Circolo Giovanile Emilio Brambilla” che partecipava al campionato di calcio a 5 giocatori organizzato dal C.S.I., le cui partite si disputavano sul campo dell’Oratorio San Giuseppe quando si trovava ancora in Via Roma.

Poco distante, in Via Galliano, tra gli orti dei Bressesi del tempo, esisteva già il “Campo Sportivo” sul quale disputava il campionato F.I.G.C. la SPERANZA. L’impianto era formato da un campo discreto e gli spogliatoi non erano altro che una semplice baracca di legno dentro la quale si cambiavano gli atleti. Dopo la partita, magari in pieno inverno e ricoperti di fango, li aspettava una “salutare” doccia che si faceva all’aperto con l’aiuto di un compagno di squadra che aveva il compito di reggere un tubo di gomma con il quale i giocatori, a turno, venivano investiti dal getto d’acqua.

Erano gli anni che precedevano il “boom economico” che però risentivano ancora dell’influsso della grande guerra. La squadra si manteneva grazie alla generosità di alcuni “fans” (come si dice oggi) che non facevano mancare il loro indispensabile appoggio economico (i compianti Giancarlo Magni ed il Cav. Luigi Strada in primis).

La necessità di economizzare sulle spese fu una delle cause principali della fusione tra il “CIRCOLO GIOVANILE EMILIO BRAMBILLA” e la “UNIONE SPORTIVA SPERANZA”; venne così fondata la “UNIONE SPORTIVA CIRCOLO GIOVANILE BRESSO” che mantenne questo nome fino al 1998 quando lo mutò nell’attuale “Polisportiva Circolo Giovanile Bresso” grazie all’incorporamento di altre realtà sportive presenti sul territorio Bressese.

Pur economizzando su tutto ciò che si poteva economizzare, le entrate erano pressoché nulle e le possibilità economiche consentivano soltanto l’iscrizione ai Campionati. Però la fusione aveva portato il vantaggio dell’aumento del numero dei giocatori che consentì la formazione di tre squadre: Allievi, Juniores e Terza Categoria.

Nella stagione 1967/1968, avendo oramai appeso le scarpe al chiodo (pare che la categoria dei portieri non abbia mai rimpianto quel momento), il nostro Ladi iniziò la carriera di allenatore, e furono subito successi clamorosi: infatti, alla sua guida la formazione Allievi dominò letteralmente il girone e si aggiudicò il campionato (prima squadra nella storia della nostra Società a raggiungere questo ambitissimo traguardo). Ma quello fu un anno eccezionale: la squadra spopolò letteralmente in tutti i tornei cui partecipò, classificandosi prima al “Torneo Zucca” di Milano su ben 124 squadre partecipanti, prima al “Torneo Città di Cinisello”, e prima in tutti i tornei cui venne iscritta.

Quando giocava la squadra degli Allievi a Bresso si verificava una mobilitazione: il seguito di spettatori era altissimo ed il successo che riscuoteva la nostra squadra varcò il confine del nostro paese.

La rosa di quella magnifica squadra era composta da un giusto mix di bravi e generosi giocatori ed altri di sicuro talento quali Massimo Calloni (a detta di Ladi il più fulgido talento della storia della nostra Società), Luciano Gemelli (il più grande bomber della Società), Roberto Severgnini (grandissimo, forse il più grande, portiere di tutti i tempi), Daniele Recalcati, Roberto Rossetti, Francesco Militello, Fausto Mazzoleni, Gianni Lavezzari, Paolo Greco, Donato Acquaro, Francesco Lesma.

L’eco delle tante e clamorose vittorie indusse a muoversi i “talent scout” delle “grandi” squadre ed il Milan ingaggiò MASSIMO CALLONI e LUCIANO GEMELLI, mentre il Como puntò su DANIELE RECALCATI e PAOLO GRECO. Qualche anno più tardi il Milan “prelevò” dal nostro vivaio anche WALTER DE VECCHI che militò diversi anni in Serie A sia con lo stesso Milan che con il Napoli ai tempi di Maradona e che fu addirittura convocato per la Nazionale Italiana.

Nonostante il “saccheggio” che fecero questi grandi club, la squadra Allievi vinse anche il campionato successivo, seppur con qualche batticuore; accadde infatti che l’ultima giornata del campionato dovette disputarla sul campo della rivale seconda in classifica ad un punto: una sconfitta voleva dire vittoria del campionato da parte dell’avversaria.

Si giocava a Mesero e per l’occasione venne noleggiato un pullman per trasportare sia i giocatori che i tifosi al seguito della squadra. “L’ambiente ci fu ostile fin dall’arrivo” racconta Ladi, “ma i ragazzi erano carichi ed avevano fame di vittoria. Fu una battaglia; le scorrettezze dei nostri avversari erano tali da rasentare l’intimidazione. L’arbitro fu molto condizionato dall’ambiente e tollerò ogni tipo di fallo. La partita prese subito una brutta piega e dopo pochi minuti dall’inizio incassammo un gol. L’ambiente, già carico di elettricità, divenne una bolgia: il boato del pubblico era assordante ed ogni volta che il pallone giungeva tra i piedi dei nostri giocatori i fischi salivano alle stelle. Ma tutto ciò non bastò per fermare i nostri grandi giocatori: poco prima del termine del primo tempo riuscimmo a pareggiare e tra gli sfottò e le ingiurie del pubblico rientrammo nello spogliatoio. Mentre anch’io rientravo pensavo a quali argomenti dovevo attingere per caricarli e tranquillizzarli ma, con mia grande sorpresa, trovai tutti i ragazzi sereni, distesi, tranquilli, consapevoli della propria forza e delle proprie capacità. L’arbitro sollecitò il nostro rientro in campo e, sotto una fitta pioggia di monetine, riprendemmo posizione sul terreno di gioco. Se il primo tempo fu una battaglia, il secondo fu guerra aperta: si scatenò una caccia all’uomo, dove le prede, ovviamente, erano i nostri giocatori. Più il tempo passava, più i nostri avversari si incattivivano e più i nostri giocatori si sentivano il campionato in tasca! Poi accadde il fatto inaspettato (dai nostri avversari): i miei ragazzi mi regalarono una grandissima gioia: il gol della vittoria! Mancavano poco più di cinque minuti alla fine della partita e si scatenò l’inferno: anziché ammettere la loro inferiorità e riconoscere la nostra vittoria, ampiamente meritata, il pubblico inferocito cominciò prima a ululare, poi a gridare, quindi a minacciare ed infine iniziò l’invasione di campo! Per fortuna eravamo arrivati in pullman; salimmo velocemente al suo interno (assieme ai nostri tifosi) e via di corsa lasciando negli spogliatoi tutti i nostri indumenti che recuperammo il giorno successivo. Quanta paura quel giorno, ma che grande gioia per quella vittoria”. Ancora oggi, mentre mi raccontava questi fatti, sugli occhi di Ladi è comparso quel “lucido” particolare che segnala un’emozione intensa.

“Un altro fatto che ricordo volentieri” continua Ladi “fu una partita giocata in casa del Leone XIII; dopo il primo tempo perdevamo 2-0. La nostra squadra, pur essendo in testa alla classifica, aveva subìto il gioco degli avversari che si trovavamo meritatamente in vantaggio. Uno di loro però volle strafare; infatti, rientrando negli spogliatoi, si avvicinò ad un nostro giocatore e, sfottendolo, gli disse: <Quando il Leone ruggisce, non ce n’è per nessuno>. Ebbene, il nostro giocatore raccontò negli spogliatoi dello sfottò fattogli e la cosa caricò a dismisura la squadra che, al rientro in campo, surclassò nettamente gli avversari infliggendogli un sonoro 2-4, rimandandoli nella loro gabbia (pardon, spogliatoio) con le pive nel sacco”.

Bei tempi quei tempi! Belli anche se si giocava con divise raffazzonate: maglie nere (regalate dal Milan in cambio dell’acquisto di nostri giocatori) che, a causa dei troppi lavaggi, erano diventate grigie; pantaloncini rossi (rammendati più volte), calzettoni di colori diversi rattoppati malamente, borse dai colori più svariati. Gli allenamenti, pur se consigliati in quanto fondamentali (allora come oggi), erano spesso disertati in quanto i ragazzi o studiavano o lavorano ed il tempo da dedicare al calcio era davvero poco. Nonostante questo però, il gruppo era così bene assortito e la voglia di giocare era talmente smisurata che quando le partite iniziavano tutti profondevano energie impensabili ma, soprattutto, sfoderavano una gran voglia di vincere e di emergere.

“La riprova di quanto fosse unito quel gruppo”, conclude a sorpresa Ladi, “l’ebbi la vigilia di Natale. I ragazzi si presentarono all’Oratorio e nello spogliatoio, prima dell’allenamento mi consegnarono un pacchetto: conteneva una penna! I miei ragazzi si erano autotassati per farmi il regalo di Natale! Fu una graditissima sorpresa, ma fu anche, se non soprattutto, la dimostrazione di quanto coeso fosse quel gruppo”.

“Grazie miei cari ex ragazzi. Tanto tempo è passato da quel lontanissimo Natale; ancora oggi però, ripensandoci, sento un brivido lungo la schiena e l’emozione che mi pervade. Mi avete regalato tante soddisfazioni sul campo di calcio, ma quella penna, in tempi in cui nessuno aveva in tasca una lira per contarne due, ancora oggi mi commuove. Grazie a tutti Voi e grazie a questa fantastica Società sportiva che ci ha aiutato a diventare uomini”.

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